Questo è un piccolo racconto di Bruno Munari, tratto dal suo meraviglioso libro, Fantasia.
Munari si trova a Panarea con alcuni amici, per trascorrere le vacanze. Il suo sguardo, viene attratto da alcune macchie d’umidità presenti nella parete della casa dove alloggiava, che gli ricordano l’arcipelago delle Eolie. Da qui inizia ad inventare un museo immaginario, con i pochi umili oggetti e frammenti che trova in casa.
Io lo trovo un racconto magico e delizioso, in un certo senso, molto educativo, come tutti gli scritti di Munari d’altronde.
Cerco di rileggerlo spesso, perchè mi aiuta a fissare nella mente, l’idea che la fantasia vada coltivata, sostenuta, difesa con forza, quotidianamente.
Mi ricorda che non devo mai accendere la televisione, cosa che faccio ormai da 3 anni, con grandissimi benefici al cervello, mi ricorda che devo sempre guardare le cose da più angolazioni, frequentare le nuvole, pensare alla rovescia, andare in profondità, dubitare della perfezione, cercando di salvare e proteggere, il bambino che è in noi ed i bambini intorno a noi.
Nel paesaggio giapponese, un ponte dritto è banale, specialmente un ponte dove si passeggia. Un ponte spezzato è un atto di fantasia che muove il pensiero in molte direzioni. Una regola giapponese dice: la perfezione è bella ma è stupida, bisogna conoscerla, usarla, ma romperla.
Ieri, aprendo la Gazzetta di Modena, in un bar del centro, ho letto questo titolo a caratteri cubitali: GRANDE FOLLA ALLA DISCOTECA LA CREPA, PER L’ARRIVO DI COSTANTINO VITALIANO!!
Avrei voglia di scrivere delle parolacce, ma preferisco evitare.
Gustatevi Munari e l’odore dei fiori di cappero.
Alcune macchie sul muro, sembravano un arcipelago, bastò mettere dei cartellini con i nomi delle isole e la parete delle piccola casa contadina di Panarea, sembrò dipinta apposta come carta dell’arcipelago. I nomi delle isole erano in parte veri e in parte inventati, c’era Vulcano,Lipari, Dattilo, Basiluzzo, Panarea ma, siccome le macchie erano più delle isole vere, così mettemmo anche Panaruzzo, Liparea, Salinea, Stromboluzzo, e via dicendo. Alberto ed io ci divertimmo molto, poi spinti dall’interesse al gioco delle relazioni visive, osservammo gli oggetti che erano in questa piccola e vuota casa, e scoprimmo che lo sportello quadrato di ferro del forno, poteva sembrare uno scudo e il frattazzo, una paletta da combattimento, li esponemmo in questo modo. Pensavamo di invitare gli amici che in quel periodo erano venuti con noi a passare le vacanze estive a Panarea, all’inaugurazione di un museo inventato sul luogo. Trovammo un sasso ligneo, usato dagli indigeni come galleggiante, prima della scoperta della pietra pomice. Trovammo una presunta statuetta della moglie del pescatore (in realtà era una radice secca di una pianta di capperi); trovammo una cintura di castità eoliana, di ferro, con due fori, tutta arruginita. Trovammo una scultura lignea raffigurante probabilmente un delfino. Trovammo una scheggia di gamba di legno da pirata, grande come una matita, dalla quale ricostruimmo un intero pirata, a disegno su di un foglio bianco con la scheggia al posto giusto nella gamba di legno (fu in questa occasione che nacquero le Ricostruzioni Teoriche di Oggetti Immaginari). Trovammo infine un frammento di residuo, di origine incerta e di uso ignoto, sulla spiaggia verso Stromboluzzo, e lo presentammo come dono del Prof. Filicudo Filicudi, patrocinatore del museo inventato. La sera dell’inaugurazione, quando il cielo era ancora chiaro, poichè a Panarea a quei tempi non c’era ancora l’energia elettrica, invitammo gli amici a vedere il museo. Il Prof. Filicudo Filicudi mandò un messaggio scritto su una foglia di ficodindia, dicendo che non poteva assistere alla presentazione, ma che avrebbe mandato le sue sue forbici personali per tagliare il nastro. Gli amici ammirarono il museo, Piero di Blasi fece delle fotografie, si bevve il vino locale e si mangiarono le mandorle dell’albero che stava davanti alla porta del Museo. Venne buio e tutti accesero le loro pile e si restò a conversare fino a tardi. I fiori dei capperi si aprono al buio e l’aria ne era tutta profumata. Il giorno dopo dovemmo distruggere il museo perchè cominciarono ad arrivare turisti che lo credevano vero.
Bruno Munari
da: Fantasia
invenzione, creatività e immaginazione nelle comunicazioni visive, del 1977.